Per il ciclo "Per ricominciare": L'Identità (vernissage)
dalle 18.00 alle 20.30

 
(Fabrizio Campanella)



(Enrico Grasso)



(Gilberto di Stazio)



(Laura Grosso)



(Alessio Deli)



(Michele Marinaccio)



 

 

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Ricominciare, si può, si deve. Per ricostruire bisogna ripartire da basi e valori che si sono smarriti strada facendo, silenziosamente quasi non ce ne fossimo accorti. L’Identità, la Verità, la Memoria Storica, la Dignità, questi penso siano i quattro pilastri sui quali riedificare.

Con questa prima mostra ci occupiamo di Identità,cercando di spiegare perché debba essere ricostituita.

La nostra è una società che via via è diventata massa indistinta, acritica, possibile materia plasmabile da dita molto forti, massa che parla un’unica voce senza più parole.

Per Fabrizio Campanella Identità significa armonia, equilibrio tra pulsioni contrastanti che albergano in noi. I contrasti tra i colori caldi e quelli freddi che campeggiano nelle sue opere, il discorso costante tra astrattismo e lieve figurativo, sono lo specchio di quella armonica sintesi alla quale l’artista tende come individuo. A salvaguardia di questo equilibrio identitario c’è il guerriero, una delle opere esposte, che qui rappresenta la guerra quotidiana che nel nostro mondo interiore si combatte contro la disgregazione del sé.

Nel lavoro di Enrico Grasso una sposa in attesa della cerimonia o meglio nell’incertezza della scelta, accanto, l’altra, il sé che guarda. Le figure statiche sono lì a rappresentare il dubbio che potrebbe generare l’adesione apodittica ad uno stereotipo collettivo. Si evidenzia il grande interrogativo dell’identità femminile, i ruoli che sempre hanno accompagnato la donna e molto spesso sono stati imposti, e che rischiano di essere percepiti come abiti senza corpo. Enrico coglie un momento particolare di una donna, avvolta nella incertezza, alla ricerca di proprie e solide ragioni di esistere e crea con colori e immagini una situazione sospesa nella sfida eterna tra l’essere e l’apparire.

Da linee tracciate su di una tavola di legno con schegge di carbone e sabbia, prendono corpo, nell’opera di Gilberto Di Stazio, i profili di un ponte e della Basilica di San Pietro. E’ il dark side, titolo dell’opera, il lato oscuro di un’immagine conosciuta in tutto il mondo. L’opera costituisce uno stimolo ad osservare oltre, ad indagare e scoprire cosa c’è dietro l’apparenza, a ciò che siamo ormai abituati a guardare e non più a vedere. Quello di Gilberto è un forte messaggio, una spinta a mutare l’atteggiamento verso l’esterno, a non essere solo spettatori, ma a entrare nella realtà delle cose, a non classificare l’altro in base all’appartenenza ad un credo religioso, poiché questo non costituisce identità.

L’Identità come vari pezzi di realtà che vengono messi insieme in un amalgama alchemico. Le opere di Laura Grosso sono dei collages, composizioni di elementi fotografici, con un intervento pittorico dell’artista si crea un soggetto nuovo nella ricerca di un’altra specificità. Quello di Laura rispecchia lo sforzo di ciascuno di noi che grazie alla rielaborazione ed introiezione di immagini e ricordi ci permette di realizzare quell’unicum che ci distingue e che ci difende dallo smarrimento nel caos.

Alessio Deli affronta il tema mostrando una notevole maturità, proponendo l’equazione identità come amore verso se stessi. Le opere esposte rappresentano volti chiusi in casse da spedizione, volti pronti per il Viaggio. Rappresentano la nostra nascita biologica che non coincide con l’affermazione di una identità. Una volta che ci affacciamo alla vita è necessario dedicarsi alla conoscenza del mondo esterno per una nostra differenziazione. Un percorso psicologico si somma a quello biologico, un viaggio difficile che solo se ci reputiamo degni e autorizzati a vivere può realizzarsi con successo. Se saremo in grado di amarci potremo godere di una rinascita, quella seconda e vera nascita che ci rende individui. Le opere di Michele Marinaccio sono una vera e propria perfomance. Immagini forti nelle quali lo stesso artista è protagonista come soggetto di un atto di apprendimento. L’azione di introdurre in bocca vari oggetti richiama alla mente il processo di conoscenza tipico della prima infanzia. Il bambino infatti si serve principalmente della bocca per avvicinarsi al mondo esterno, per valutarlo e provarne emozioni ed infine introiettarlo. Il pubblico così provocato è stimolato a ragionar sulle immagini stesse, e diventa protagonista sia con una reazione di rifiuto, sia scegliendo di dialogare.

L’artista vuole scuoterci da una staticità di pensiero che tutto appiattisce, ci obbliga a porci come attori e non solo spettatori, costringendo ciascuno di noi ad una scelta.

 
 
Daniela Vaccher